Escursione sul monte Tifia

IL 25 APRILE 2012

(Appuntamento ore 08,00–Piazza Regina Pacis a Condofuri Marina)

dsc_6763

Il monte Tifia è una splendida terrazza sul mare Jonio. Posto alle spalle dell’abitato di Condofuri Marina, è un punto di osservazione privilegiato per gli amanti della natura e gli appassionati del clic ad ogni costo. Una collocazione di indubbio valore che da sola basterebbe a mitigare la curiosità di un esigente  escursionista. Ma non è  tutto!

Da queste parti, oltre agli odori ed i sapori di una particolarissima macchia mediterranea, si respira un autentico profumo di storia; si ha, netta, la sensazione di immergersi in un passato  intenso e sconosciuto, un passato, insomma, che ha molte cose da raccontare. E’ calpestando questi sentieri che l’escursionista di turno si imbatte in un continuum di reperti e rinvenimenti la cui osservazione lo proietta, inevitabilmente, in tempi remoti: in quello che fu il variegato, dinamico ed operoso, mondo dei nostri progenitori. Un sito interessante, dunque, la cui ampiezza si aggira attorno ai 3.000 mq ed i cui rinvenimenti fanno pensare ad un importante insediamento risalente, addirittura, all’età del bronzo.

E’ proprio in questo posto che è stato rinvenuto un particolare vaso quadriansato le cui caratteristiche, le dimensioni (cm 56×40) e la sua particolare conformazione lo qualificano come pezzo unico e di produzione locale. La sua collocazione in un preciso ambito cronologico (età del bronzo 2300 – 1000 a.c.) è stata resa possibile grazie alla competente collaborazione della dott.ssa Emilia Andronico, direttrice pro-tempore del Museo Nazionale di Reggio Calabria dove tutt’oggi il vaso viene regolarmente custodito.

I protagonisti di questo importante ritrovamento,  Giuseppe Enzio Praticò e Stefano Ferrante, hanno dato corso ad una passione che coltivano da sempre. Tutt’oggi, imperterriti, continuano a coltivarla, esplorando in lungo ed in  largo le distese e gli anfratti della nostra Area. La loro costanza ha anche prodotto del proselitismo: molti di coloro i quali un tempo li consideravano solo degli svagati oggi li apprezzano e condividono con loro il tempo libero.

La loro, è un’innata propensione per la ricerca, fatta di intensa curiosità ed incessante sete di scoprire il tortuoso cammino disegnato dai nostri avi: un’attività nobile e disinteressata, altamente meritoria, realizzabile solo attraverso la tenace perseveranza di chi crede in ciò che fa. E’ loro convincimento che solo attraverso il ritrovamento e l’esplorazione degli antichi reperti si riuscirà a completare, con tutti i tasselli, un mosaico affascinante di cui tutti noi siamo la parte finale.

Varie sono state, da parte loro, le segnalazioni di siti e ritrovamenti di un certo interesse, a partire dall’insediamento tardo-antico di “Rocca del lupo” situato quasi nell’alveo del torrente Amendolea, di rimpetto all’abitato omonimo. Qui  è ancora possibile intravedere quel che resta dei ruderi di chiesetta bizantina. Di grande rilievo è anche il ritrovamento, sempre nell’entroterra di Condofuri Marina, di una capanna risalente con molta probabilità all’età del bronzo ed il rinvenimento nelle immediate vicinanze di reperti che fanno pensare ad una residenza greca.

Questi rinvenimenti, ed altri consimili provenienti dalla medesima area,  attestano che già dal terzo millennio a.c.  il territorio condofurese, insieme al complesso dei territori della fascia costiera e pedemontana jonica, faceva parte integrante di un comprensorio territoriale vastissimo e variegato, ricco di cultura e oggetto di frequente interscambio con le altre genti del Mediterraneo meridionale, da oriente ad occidente. Le nostre coste erano intensamente frequentate da popolazioni attive nel commercio delle selci e dell’ossidiana prima e dei metalli poi, e poi ancora, da mercanti attici, africani ed asiatici.

San Leo, monaco basiliano…

Una vera e propria biografia di san Leo non esiste negli archivi religiosi. In ogni caso, sono molti i riferimenti che ci permettono di operare una ricostruzione quanto mai fedele della sua esistenza, ed in particolar modo, del suo operato. Fra i tanti religiosi che dal mille al milleseicento circa, popolarono le vallate dell’Aspromonte, forse il più importante è proprio San Leo, al secolo, Leone Rosaniti. Una vita, quella di Leone Rosaniti, vissuta fra i monti che fanno da cornice ai centri di Bova ed Africo.

Controversa e, da sempre, oggetto di disputa la teoria sui suoi natali; una diatriba che vede contrapposti proprio gli abitanti di Bova ed Africo, accomunati dalla fede ma per contro divisi da uno spesso futile ed incomprensibile campanilismo. Le informazioni sulla vita di san Leo ci vengono date dalla tradizione, in particolare ci vengono raccontate da una sorta di preghiera narrativa, detta “raziuni”, cioè orazione (oppure anche “canzuna“) “di santu Leu“.

Sappiamo, così, che da giovinetto andava a scuola «al convento» (probabilmente il monastero della santissima Annunziata di Africo), ma che, ad un certo punto, scompare. Il «padre priore» manda due scolari a cercarlo ed essi lo trovano dentro una grotta, nel mentre «faceva penitenza e orazioni». Il padre priore, allora, invitò gli scopritori al silenzio, perché Leo andava preso «con parole dolci», ed intanto, si mise a preparare l’abito per monacarlo.

La vita solitaria, dunque, accanto alla preghiera comprendeva il lavoro, e questo era faticoso, umile ed alla stregua della più semplice classe sociale, quella dei boscaioli che ricavavano la pece dagli alberi. Infatti san Leo è raffigurato con la scure ed il pane di pece. Il suo primo miracolo e poi la notizia che san Leo vendeva la pece a Messina a benefìcio dei poveri, indica la sua umile provenienza.

 

Il Passo della zzjta

Non abbiamo precise notizie in merito per respingere o accogliere ciò che si narra sul “passu di la zzjta”.  Quel passo sulla via della montagna, attraverso cui sono passati gli abitanti di Pesdavoli, di Roghudi, di Africo con le loro masserie, là i monaci pionieri vi avevano costruito i loro cenobi fin dal VII secolo, unica Via tra Reggio e Bruzzano. Purtroppo non conosciamo la cronaca di quanto accaduto in questo luogo nel basso medioevo, resta soltanto quanto tramandato dalla genialità popolare. Erano le prime ore del giorno quando la “zzjta” , promessa in sposa dal padre ad un notabile, lascia la casa materna, era lunga e faticosa la strada per arrivare in chiesa, camminando, camminando i castagni cedettero  il posto al frumento, l’amore all’obbedienza, l’angoscia alla dignità.

“La strada passava piacevolmente fino a quando il mare entra nel superbo panorama, la pietra diventa grigia e ferrigna quasi nuda e la montagna soprastante precipita nell’abisso e giù a destra si hanno colpi d’occhio pittoreschi sulla rapace fiumara Amendolea, prima che il sentiero oltrepassi l’arco scavato nella roccia, ecco improvvisamente con un balzo la “zzjta” si lancia nel vuoto. Il corteo ammutolisce e con gli sguardi si chiede il perché”.

Perché  il matrimonio che stava per fare era stato combinato dal padre senza che lei ne fosse messa al corrente, non provava nessun affetto verso il futuro marito, lei amava un giovane pastorello del posto al quale aveva  giurato amore eterno e, ad una vita senza amore ha preferito la morte.
Ricordiamo questa poveretta come ricordiamo tutte le cose triste di questa terra, e mano pietosa a futura memoria vi piantò una croce.

E’ da allora che nella cultura popolare il sito inizia a convertire il suo nome da “porticedda” a “passu di la zzjta”. Oggi noi non sappiamo dove finisce la leggenda ed inizia la realtà, di certo è che sul bordo del sentiero dove il precipizio diventa più profondo  vi è piantata una croce in ferro.